IN RICORDO DI DON CESARE

1 agosto 2018

Latina, una piazza “ufficiale” per Don Cesare Boschin
A settembre iniziativa di Libera a Borgo Montello



LATINA – Una piazza porterà “ufficialmente” il nome di Don Cesare Boschin, il sacerdote che si batteva contro il traffico illegale dei rifiuti trovato incaprettato in canonica, a Borgo Montello, e ucciso da una mano rimasta sconosciuta. Lo comunica il comitato che ha dato vita ad una raccolta di firme per chiedere che il parroco venisse ricordato alla comunità tutta, visto che la scritta della targa già esistente era illeggibile e pochi ricordavano che quella piazza in realtà era già intitolata al parroco antimafia.
Così il 7 febbraio scorso una delibera comunale approva:  “A settembre gli amici di Don Cesare Boschin assieme a Libera promuoveranno  una iniziativa a Borgo Montello. L’auspicio è che questo risultato sia anche una spinta per le indagini riprese due anni fa”, dice Felice Cipriani che si è fatto promotore di una raccolta di firme.

Il luogo è il piazzale davanti alla chiesa del borgo di Latina che è già: “Piazzale Monsignore Cesare Boschin”. Il Comune consegnerà nei prossimi mesi la nuova targa visto che quella attuale è illegibile.
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9 luglio 2018
Nasce il presidio Sud Pontino di Libera: si è costituito sabato al Monastero di San Magno
Si è ufficialmente costituito, nella giornata di sabato 7 luglio 2018, il Presidio Sud Pontino di Libera, intitolato alla memoria di don Cesare Boschin.



Il Presidio nasce dal desiderio comune di singoli cittadini, gruppi, movimenti, associazioni, imprese sociali e scuole, appartenenti ad un territorio di grande risorse naturalistiche, storiche e culturali, ma in sofferenza perché colpito dalle organizzazioni criminali e a rischio di arretramento sociale, economico e culturale. Un desiderio condiviso da numerosi cittadini di impegnarsi concretamente nella costruzione di un “NOI” a servizio del proprio territorio.
Attivo già da un paio di anni nel territorio del sud pontino il Presidio, ora ufficialmente nato, va ad aggiungersi alla numerosa serie di Presidi presenti in tutta Italia, affiliati all’associazione Libera, fondata da don Luigi Ciotti. Proprio il fondatore e presidente di Libera, nonostante i suoi innumerevoli impegni, ha voluto presenziare all’assemblea di nascita del gruppo pontino, indossando la maglietta rossa, simbolo della campagna da lui promossa per fermare l’emorragia di umanità.
Così, nella sede del nuovo Presidio, presso il Monastero di San Magno in Fondi, dopo l’apertura dell’assemblea, si è passati a leggere il Patto di Presidio, un documento stilato dagli stessi volontari in cui vi sono specificati i contesti, le motivazioni, gli obiettivi ed ovviamente il perché della dedica a don Cesare Boschin, sacerdote ucciso in circostanze ancora oggi misteriose a Borgo Montello, frazione di Latina, il 29 marzo 1995 perché si oppose ai traffici illeciti di rifiuti tossici smaltiti in discariche clandestine. Un ricordo doveroso per la figura di don Cesare Boschin, affinché il suo nome e la sua dignità, spesso infangati con falsità e depistaggi, diventino sinonimi di Testimonianza e Impegno.
Dopo un breve saluto del Vescovo della Diocesi di Gaeta, Mons. Luigi Vari che non ha voluto far mancare il proprio sostegno, si è provveduto ad eleggere come Referente del Presidio intercomunale per i prossimi 3 anni don Francesco Fiorillo, sacerdote sempre in prima linea nella difesa dei diritti e nella promozione della legalità, da sempre sostenitore e socio di Libera. “Ho sempre pensato che l’avverbio più importante nell’amore non è sempre e neanche mai. L’avverbio più importante nell’amore è ancora. Allora oggi la parola che più mi sta a cuore, anche per il nostro piccolo gruppo che spero diventerà sempre più grande, è ancora. Ancora continuiamo a stare dalla parte della bellezza, ancora continuiamo a stare dalla parte dei deboli, delle vittime, degli ultimi, di chi non ha voce”: queste le parole del primo Referente del nuovo Presidio.
Infine ha voluto dimostrare tutta la sua vicinanza e il suo apprezzamento don Luigi Ciotti, salutando con le sue parole, la sua carica, la sua forza, gli intervenuti: “se le mafie sono forti è perché noi siamo stati troppo deboli. Dobbiamo provare disgusto per quanto sta avvenendo”. Poi un passaggio sulla maglietta rossa, indossata da quasi tutta la platea: "sento il bisogno anch'io di mettermi nei panni degli altri. Quella maglietta rossa ci ricorda esattamente questo: ci mettiamo nei panni di quei bambini e di quelle mamme. Dobbiamo metterci nei panni anche dei bambini di questo paese. L'ISTAT ci ha detto che 1.200.000 bambini in Italia vivono la povertà assoluta. La maglietta rossa ci ricorda i bambini, ma non solo i bambini, i poveri, gli ultimi, quelli che fanno fatica". In ultimo, un passaggio sulle parole di don Francesco Fiorillo, sul termine “ancòra” che cambiando l’accento può diventare “àncora”. Così il Monastero di San Magno, sede del presidio e  spazio di bellezza e libertà, può trasformarsi in un’àncora per il nostro territorio.

L’associazione Libera è, dunque, presente anche sul nostro territorio, con le idee chiare, con la volontà di impegnarsi affinché all’omertà si contrapponga la responsabilità civile, alla corruzione il bene comune, alla sopraffazione e allo sfruttamento l’equità sociale. La volontà di preparare il terreno, tracciare solchi di Verità e Giustizia, coltivare semi di Speranza affinché ogni giorno sorga il Bello.
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30 LUGLIO 2018
Richiesta al Comune di Latina per l'intitolazione di una strada o piazza a DON CESARE BOSCHIN


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Borgo Montello, nel giardino di un giusto
di GUALTIERO TONNA

Scendo al bivio sulla pontina, la via della tua croce,
pronuncio il tuo nome, tutti sanno di don Cesare
parroco dell'Annunziata.
La trovo subito, appena arrivo nel cuore del borgo;
dopo il restauro, con tutto quel giallo
è una torta mimosa orlata di panna,
con sopra un corto campanile.
Sotto il portico, dove ti fumavi la tua sigaretta
domando all'ombra chi può essere stato
a volere la tua condanna; una lastra di bronzo
parla di un altro calvario, senza parlare
della tua ultima stazione.
Aspetto uno che tu conosci, lui sa dei veleni
sa la storia malvagia della tua fine, ha visto anche te
ammazzato nel tuo letto; per tre volte
non ha trovato la tua piccola chiesa e me
accanto a lei, ha cercato chiese sbagliate
come per mancare l'incontro, poi è arrivato
per dirmi della tua morte senza verità.
Soltanto io avverto un messaggio, troppo esile
in questi inattesi travisamenti.

* * *
Nessuno può sentire, nel tuo grido
il nome dell'apostolo venuto a cercarti.
Per tutti il messaggio era il tuo corpo incordato,
un corpo di ottant'anni offeso con violenza,
le ossa spezzate da mani allenate a uccidere.
A prèvete viècchiu nun s'appìcciano 'cchiù lampe,
avranno detto quella notte di marzo.
I tuoi occhi hanno visto quello che non dovevano vedere,
la tua bocca ha parlato con chi non doveva parlare,
la tua mano ha scritto cose che un prete non deve scrivere.
Il mio parlare è sì, sì, no, no
il di più è del maligno – dicevi.
Hai incontrato l'apostolo mandato per te.
I segni di quello che hai rivelato, un giorno
porteranno a quelli che il tuo nitore ha spaventato.

* * *
Molte volte, molte notti
dalla tua finestra vedi i traffici
in quel vecchio deposito abbandonato,
sai che la droga arriva ancora,
sempre da Nettuno,
sai chi come dove e quando.
Sai dei veleni versati di notte
nei campi, poco lontano,
oggi sono un monte quei campi,
dentro quel monte l'inferno.
Tutti sapranno.
Dici quello che sai,
quello che vedi lo scrivi
ma sparirà, quelli che incontri
li scrivi, se ne perderà ogni traccia.
Troppo hai capito, per qualcuno
sei uno che se 'mpiccia truoppo,
anche i tuoi cristiani ci marciano
gente delle tue parti
che aveva salvato questa terra.

* * *
Prima che il gallo canti mi rinnegherai tre volte
questa notte per tutti voi sarò motivo di scandalo.
Eri solo
quella notte forse pensavi
chi può fare del male a un vecchio prete?
Della ferocia dei tuoi simili non sapevi nulla.
Possibile?
Non sapevi che è immensamente più grande
della bontà infinita del tuo Dio?
Loro sono venuti, sapevi, li aspettavi.
Tu, che avevi capito, non hai fatto in tempo a capire
che nel tuo caso la croce non era uno scudo.
Accanto al tuo corpo, quel mattino di marzo
il vangelo di Matteo era aperto alla pagina che leggevi
quella con il racconto dei tre rinnegamenti.

* * *
Distintamente
nel sole di giugno vedo tre scimmie
sul davanzale della tua finestra.
Quella della giustizia, con gli occhi marci,
quella di chi diceva di non immischiarti,
quella di santa romana chiesa, che ha taciuto.
Solidissima, per me, come nitido dettaglio
sotto lo stesso sole, è la fragile trasparenza
della tua testimonianza.

* * *

Ogni notte vedo la processione dei camion
passare sotto l'Annunziata verso strada Monfalcone
sparire nei pozzi scavati dove sta nascendo un monte.
Qualcuno sa che tocca a me; tutti quelli
che hanno fatto promesse, tutti i potenti
che ho incontrato, tutti i mezzani che reggono il gioco.
Dopo il cuscino premuto sulla mia faccia
nessuno più fiaterà su questa terra avvelenata.
Mezza Italia sa, perché nessuno è con me
questaa notte?
Tracce profonde hanno lasciato le tue parole.

* * *
Al Magistrato ...Omissis...
della Dda di ...Omissis...
alla Curia di ...Omissis...
al Sindaco di ...Omissis......
Io sottoscritto ...Omissis...
ho fatto parte per vent'anni
dell'organizzazione chiamata Clan dei Casalesi;
i primi di marzo del 1995 nel bar ...Omissis...
di ...Omissis... a Latina
venni cunzigliato da ...Omissis...
di mandare nu fidìle della famiglia ...Omissis...
in località Borgo Montello in provincia di Latina
a currèggere nu prèvete che parràva truòppo
della disarica che tenevamo 'llà
per conto di ...Omissis... e di ...Omissis...
rappresentanti della ...Omissis...
società milanese di proprietà di ...Omissis...;
il 29 marzo 1995
...Omissis... si recò in località Borgo Montello
con ...Omissis... e con ...Omissis...
per risurvìre u prubblema; arrivarono tarde a sira
sapevano duve 'ngappà don Cesare u prèvete
fecero quello che dovevano fare
cà abbiamo risurvìto a quistiùni.

* * *
Se cercate
quello che anche per me è sacro
solo per essere stato incomprabile
se cercate proprio questo
lo trovate a Borgo Montello
chiedete di don Cesare
quello della prima Gomorra
è il vostro uomo
non ne fate il solito affare di santi.
È passata una generazione
aspettate ancora?
Di lui sapete tutto, perché continuare
a far piangere madonne di coccio
cristi d'oro e di legno?
Perché portare cadaveri di silicone
fino agli altari dei papi?
Mirabile è il suo miracolo
ha fatto credere a me, che non credo
quello che insegna la sua vita
giusti non si nasce in un giardino
giusti si diventa andando fino in fondo
sulla strada che porta al giardino.

Gualtiero Tonna
Roma, 30 gennaio 2018

Da appunti scritti a Borgo Montello il 13 giugno 2017

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UN RICORDO DI DON CESARE SUL SITO "MONTEINFERNO"
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29 aprile 2017, il giallo di don Cesare Boschin a Trebaseleghe

25 APRILE 2017

Sabato 29 aprile a Trebaseleghe (Padova) alle 21 presso la biblioteca comunale verrà presentato il libro ‘Quello strano delitto di don Cesare’ (Omicron). E’ un ritorno al passato per il parroco di Borgo Montello a Latina, dato che don Cesare Boschin era originario di quelle parti, l’evento è anche un riconoscimento per il giornalista scrittore Felice Cipriani che presenterà questo libro a metà tra il romanzo e il saggio nei luoghi d’infanzia del monsignore. Alla presentazione interverrà l’autore, il criminologo Francesco Trotta,il nipote di don Boschin, Luciano, e gli amministratori del Comune di Trebaseleghe.
Ma veniamo alla storia: 30 marzo 1995, don Cesare viene ritrovato nella sua canonica morto incaprettato. Dopo 4 mesi di indagini, il Comando dei carabinieri archivia il caso come un tentativo di rapina da parte di balordi mai individuati. Già, ma che strana questa rapina. I ladri hanno lasciato il denaro e si sono impossessati soltanto della preziosa agendina, dove il parroco annotava di tutto, e dell’album delle fotografie scattate. E sì, perché don Cesare, a capo del comitato ambientalista di Borgo Montello, si batteva per dirimere la cortina di nebbia che avvolgeva i segreti della seconda discarica del Lazio. Cos’aveva scoperto don Cesare Boschin per pagare con la vita? Un vero cold case che chiede giustizia.
Su questa linea il giornalista e scrittore della memoria Felice Cipriani ha confezionato un libro dal titolo ‘Lo strano delitto di don Cesare’ dove si ripercorre la vita del parroco veneto di Trebaseleghe, appartenente alla confraternita di don Orione, quella dell’essere uno strumento e ‘straccio di Dio’, che venne a borgo Montello nel 1951. Lì, nelle campagne della periferia di Latina, aveva abbracciato quella comunità come fosse la sua,
È un giornalista che si dichiara scrittore della memoria come Felice Cipriani (di Maenza, classe 1939) a intestardirsi nel riaprire il delitto in verità mai dimenticato. S’imbatte quasi per caso in questa storia torbida, s’appassiona alla vicenda e si impone di dare il suo contributo affinchè venga fatta luce e data giustizia alla figura di un prete prima maniera, morto in circostanze drammatiche e misteriose. Tanto che produce un libro inchiesta, dall’emblematico titolo ‘Lo strano delitto di don Cesare’ (ed. omicron, pp 180, euro 12), che verrà presentato lunedì 7 novembre alle 17 presso Associazione Enrico Berlinguer in via Opita Oppio, 29 a Roma, zona Quadraro. Con lui ci saranno l’avvocato Stefano Maccioni, incaricato dalla famiglia Boschin per fare luce sul caso, e il giornalista e scrittore Gian Luca Campagna.
“Comincia da lontano, Felice Cipriani, per raccontarci di don Cesare Boschin. Parte da quell’Agro Pontino che è stato per quarant’anni il luogo della sua vocazione e del suo impegno, e anche lo scenario di una morte violenta che ancora attende verità e giustizia” così nella prefazione del libro scrive don Luigi Ciotti.
E sì, perché don Boschin arriva a Borgo Montello nel 1956, in un giorno di neve, giunge da Trebaseleghe, un paese veneto, e subito si fa benvolere dai figli della bonifica idraulica e reduci della guerra, forte dei dettami della congregazione a cui appartiene, a quella di don Orione, tant’è che è fiero di essere ‘uno straccio di Dio’, vivendo nella modestia e a completo servizio delle comunità cui è ordinato. Cipriani ripercorre la vita di questo parroco di campagna che ha una parola per tutti, denaro in prestito per tutti, un lavoro per tutti. E il giornalista si avvale delle testimonianze di famigliari (in particolare del nipote Luciano), degli amici e degli abitanti di Borgo Montello, ritraendo un sacerdote all’antica. La vita del parroco è scandita dalle preghiere per il buon raccolto nelle campagne e dalle buone parole che ha per le famiglie in disarmonia, ma a un certo punto la serenità gli viene meno dal 1970, da quando la discarica diventa presto un motivo di discordia per la comunità, divisa fra chi lo vede come un’opportunità di lavoro e chi invece come un potenziale danno per l’agricoltura. Un sospetto che diviene certezza quando, alla fine degli Anni Ottanta, la discarica viene rilevata da una società che inizia a gestirla con spregiudicatezza, senza trovare ostacoli a livello politico e amministrativo: in questo momento don Cesare nota strani movimenti, camion che arrivano nottetempo da vie laterali pieni di fusti industriali per poi andarsene sgravati del loro carico, viaggi misteriosi ma ben pagati, l’ombra sempre più forte della camorra a gestire parte delle operazioni, ipotesi confermate dalle rivelazioni choc del pentito Carmine Schiavone, del clan dei casalesi.
È qui che don Cesare inizia la sua battaglia, fonda un comitato, sensibilizza le persone perché «i rifiuti inquinano non solo la terra ma le coscienze. Ma la sua vita si ferma quel 30 marzo 1995.
L’AUTORE
Felice Cipriani (Maenza, 1939), è giornalista e scrittore della memoria. Ha confezionato questo libro intervistando testimoni vivi e non reticenti, spulciando archivi e leggendo articoli, dipanando una matassa che ancora offre inquietanti interrogativi. Attivo in temi sociali e ambientali, nonchè in diversi progetti umanitari in campo internazionale, ha pubblicato diversi libri, tra cui Il Fattaccio di Maenza, una vicenda reale dai contorni gialli del 1881.
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Latina sceglie i nomi per le nuove strade: ipotesi Finestra, Boschin, Corona, Mammucari…
Posted by Redazione
05 aprile 2017


Spuntano le prime ipotesi sui nomi da attribuire alle nuove strade da intitolare a Latina. Le ipotesi: Don Cesare Boschin, il parroco di Borgo Montello ucciso per motivi da chiarire; gli ex sindaci Nino Corona e Ajmone Finestra; il presidente della Repubblica più amato: Sandro Pertini.
Numerose le ipotesi che circolano in Comune, anche se in realtà le strade da intitolare sono soltanto 3, ovvero le traverse del Lungomare, di via Lunga e via del Piccarello. Ma c’è un’altra possibilità, ovvero utilizzare tratti di strade già intitolate ma rimasti senza numeri civici. In questo modo tutto sarebbe più chiaro. Per non parlare delle tante rotonde costruite recentemente e rimaste “anonime”.
Le ultime intitolazioni, a Latina, risalgono quasi a 10 anni fa, esattamente al 2008 quando vennero assegnati ben 220 nuovi nomi a strade e piazze.
La lista delle proposte è davvero corposa. Arrivano da politici e amministratori, ma anche da semplici cittadini, particolarmente attenti alla questione. Si parla di nomi locali come Norma Cossetto, studentessa uccisa dai partigiani jugoslavi nel 1943 e del colonnello dei carabinieri Antonio Varisco, ucciso a Roma dalle Brigate Rosse nel 1979. Ma anche Luigi Perrelli, il fondatore dello storico Bar Mimì, il chirurgo Mattia Pompili che fu primario in ospedale, all’Icot e poi fondatore della Clinica Pompili.
E ancora Frate Osvaldo, storico cappellano al Goretti; Alessandro Mammucari, religioso del movimento dei Focolarini, scomparso nel 1990. Ci saà tempo per discutere e valutare ogni ipotesi, intanto oggi la commissione tornerà a riunirsi per discutere il progetto nazionale approvato in Consiglio comunale 8 Marzo, tre donne per tre strade, insieme alle associazioni femminili. In questo caso l’idea è dare nomi femminili alle nuove strade. Ma per accontentare tutti occorrerebbe un intero nuovo quartiere…
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Don Cesare Boschin e l’anniversario dimenticato 

· Pubblicato il 2 aprile 2017
· Il blog di Paolo Iannuccelli 


Il 30 marzo è passato inosservato il ventiduesimo anniversario della morte di don Cesare Boschin, parroco di Borgo Montello. In pochi a ricordarlo, un prelato dimenticato da tutti: istituzioni, politici, stampa, concittadini, ambienti clericali, persino da quelle famiglie alle quali ha assicurato un avvenire.

Ho ascoltato una persona molto informata – un sacerdote di Oristano – scomparsa recentemente: “Il mio collega aveva paura di essere ucciso, lo aveva confidato a un confratello durante un pellegrinaggio in un santuario della penisola iberica, lui non è rimasto così sorpreso nell’apprendere del misfatto. Ci siamo recati a Santiago di Compostela, è stato sconvolgente apprendere dei timori di don Cesare “. Un fatto, una frase, che dimostra il legame certo tra il delitto e le infiltrazioni malavitose nelle borgate nei pressi della discarica. Il delitto – come detto – è stato dimenticato da tutti, eccetto qualche associazione come Libera che non si è mai arresa, ora sono in molti a ritenere che sul conto del prelato siano state dette troppe cose infamanti, senza alcuna prova rilevante.

Il parroco era alla testa di un comitato che faceva di tutto per il ripristino della legalità, dopo tante cose illecite avvenute nella discarica che in tanti sapevano ma l’omertà faceva da padrona, la paura di parlare era tanta. La gente del luogo si lamentava in privato degli odori nauseabondi, dei danni per le attività agricole, per il turismo che si è sempre cercato di sviluppare vista la presenza del’antica Satricum e della casa natale di Maria Goretti.

Ritorna in mente, purtroppo, quel triste 30 marzo del 1995. Alle 10 del mattino, da cronista di una emittente di Pontinia entrai con il mio fraterno amico Orlando Lucchetta nella piccola stanza del delitto. Fuori qualche parrocchiano commentava così: “Era un sacerdote vecchio e all’antica, buono, generoso, sempre disponibile con tutti”. Così se ne è andato don Cesare Boschin, a 81 anni, originario di Trebaseleghe (Padova), era da 45 il parroco della chiesa di Sant’ Annunziata di Borgo Montello, lasciando nello sgomento e inquietudine tutti i fedeli. Era arrivato da Anzio nel 1950, scelto dal vescovo di Albano per la presenza di tanti coloni veneti nella zona che parlavano il suo stesso dialetto e con i quali poteva dialogare senza problemi. In precedenza era stato molto vicino ai cittadini di Anzio, colpiti dalla seconda guerra mondiale, dopo lo sbarco degli Alleati, nel giugno del 1944. Un sacerdote cresciuto nel seminario di Alessandria, voluta da don Orione, uomo sempre vicino ai più deboli.

A trovare il corpo senza vita del “parroco buono” è stata la mattina alle 9, la fidatissima perpetua, Franca Rosato. Don Cesare era nel letto appoggiato a due cuscini, gli occhiali sul breviario, la bocca e le mani sigillate da nastro adesivo, ecchimosi sul viso e un asciugamano sui piedi. La stanza era sottosopra, armadi e cassetti aperti: evidentemente gli aggressori cercavano denaro. Che non hanno trovato, ma che durante la perquisizione dei carabinieri è saltato fuori da un ripostiglio: 5 milioni, lasciati in eredità a madre Teresa di Calcutta, secondo quanto specificava il testamento pure recuperato dai militari, guidati allora dal colonnello dei Carabinieri Basso, comandante provinciale. Per evitare che il sacerdote desse l’allarme, i banditi hanno imbavagliato don Cesare, non sapendo che tale gesto sarebbe stato fatale: il parroco soffriva di enfisema polmonare ed è morto per soffocamento. Don Boschin da tempo non lasciava la stanza da letto, era infermo. Il prelato si era ritirato dall’attività pastorale e si era rinchiuso in canonica per una strana forma di fobia e per prepararsi meglio – diceva – “al grande incontro”.

Celebrava messa in privato, era assistito dai suoi parrocchiani, dalla perpetua e da padre Mariano Pagliaro, un missionario passionista, scomparso tre anni fa, di Le Ferriere, che lo stimava molto. Proprio padre Mariano è stato l’ultimo a vedere don Cesare. Adesso, la situazione è davvero cambiata. Molti sono convinti che don Cesare è stato ucciso perché si batteva da anni contro la presenza della discarica al Montello, contro i rifiuti tossici che arrivavano di notte, lui i fusti posizionati sui camion li osservava dalla sua abitazione. Ne aveva parlato anche con importanti esponenti politici capitolini, per sensibilizzarli sul problema ambientale che stava rovinando la bella valle dell’Astura.

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Don Boschin, consegnate 600 firme per l’intitolazione di una strada

By Stefania Belmonte -

10 febbraio 2017


Si è tenuto ieri un incontro tra il sindaco di Latina Damiano Coletta ed una piccola delegazione composta dallo scrittore Felice Cipriani (autore del libro che racconta le ombre che ancora ci sono sull’omicidio di don Cesare), la docente universitaria Maria Letizia Parisi, e Claudio Gatto di Libera di Borgo Montello. Sono in tanti coloro che vorrebbero l’intitolazione di una strada, di una piazza o di uno spazio pubblico a don Cesare Boschin, ucciso il 29 marzo 1995 nella canonica di Borgo Montello, dove era parroco e punto di riferimento per la comunità borghigiana. Al sindaco di Latina sono state consegnate circa seicento firme, raccolte tra Borgo Montello, l’università di Latina, Trebaseleghe (in Veneto, luogo di nascita di don Cesare) e Borgo D’Ale, in Piemonte, dove vivono i nipoti del sacerdote. Altre firme già raccolte a Borgo Montello e Trebaseleghe saranno consegnate successivamente.

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LUNEDÌ 9 GENNAIO 2017

RICORDO DI DON BOSCHIN VENT’ANNI DOPO LA SUA TRAGICA SCOMPARSA.

Ieri sera è stata officiata una Santa Messa in ricordo di Don Cesare Boschin, vent’anni dopo la sua tragica scomparsa. Un omicidio che non ha mai trovato un colpevole e di cui nonostante interrogazioni parlamentare e l’insistente impegno di Libera, non si riesce a trovare uno spiraglio di luce per accertare quello che è successo quella tragica sera e notte tra il 29 e 30 marzo 1995.
Quella notte, Don Cesare Boschin, anziano parroco della parrocchia di Borgo Montello (Latina), uno o più individui non si è mai capito, dopo essersi fatti aprire la porta. Salgono, Don Cesare, che stava dormendo, si rialza, si rinfila la dentiera per poter parlare con loro. A questo punto, è stato aggredito, percosso, e legato, forse per estorcergli qualche confidenza, in riferimento alla sua figura sacerdotale e pastorale.
La mattina del 30 marzo la perpetua, nell’andare a pulire e riassestare l’appartamento di Don Boschin scopre il parroco legato le mani e imbavagliato con del nastro adesivo, privo di vita. L’autopsia poi determinerà la causa del decesso in un soffocamento e rileverà forti contusioni sul viso, sulle braccia e sulle gambe. E’ presumibile che il delinquente o delinquenti dopo aver cercato di estorcere alcune informazioni, abbiano prelevato dalla stanza le agende e le fotografie del parroco, mai più ritrovate e forse di qualche lira, per simulare una rapina, anche qui fallita, in quanto nelle operazione immediate di indagini, gli inquirenti rovistando negli abiti, siti nell’armadio, hanno trovato i soldi che l’anziano parroco teneva con se.
Quindi si deduce, o si presuppone che Don Cesare conosce almeno uno dei suoi assassini. E si deve purtroppo far notare, come le indagini siano state condizionate dalle troppe presenze di persone sul luogo del delitto. Un fattore che ha sicuramente reso difficile per gli inquirenti l’acquisizione delle prove e degli indizi. Però va hanno comprese il forte legame, cinquantennale del parroco con la comunità, e di conseguenza era preventivabile in preda al forte shock, che molti parrocchiani si sono recati subito sul posto, arrivando prima delle forze dell’ordine, che venivano da Podgora e Latina.
La sfortuna per la comunità, ha voluto che l’anziano parroco, non si fosse ancora tolto la dentiera, quindi al momento dell’imbavagliamento da parte del delinquente intrusore, la dentiera abbia ostruito l’apparato respiratorio causando il decesso. E’ presumibile che Don Cesare Boschin, abbia sofferto di una lenta agonia.
Una fine davvero atroce per una persona, per un parroco, per lo più anziano, a cui la comunità di Borgo Montello, deve molto della sua crescita morale, civile ed economica.
Don Cesare Boschin era venuto a Borgo Montello nel 1950 quasi agli inizi della sua attività pastorale. Per anni la parrocchia di Borgo Montello è stata un punto di riferimento essenziale e determinate per lo sviluppo del borgo. Don Boschin era un parroco molto aperto, con una vasta veduta intellettuale e non aveva paura del confronto ideologico, pur riconoscendo di essere molto legato alla vicende politiche della Democrazia Cristiana. Proprio la sua statura intellettuale e morale ne faceva un punto di riferimento per le autorità politiche, amministrative e imprenditoriali. Molte persone del borgo in età lavorativa, hanno trovato occupazione lavorativa grazie all’intercessione del parroco verso le sue referenze.
Nella sua lunga esperienza pastorale, quasi mezzo secolo di vita, Don Cesare, viveva sempre al centro della collettività, gestendo tutte le fasi di crescita e di evoluzione dei bambini, poi diventati ragazzi e poi uomini, in questo percorso come in tutti i percorsi ci sono state molte soddisfazione e molte delusioni, tante gioie e tante amarezze, sempre affrontate con stile e dignità.
Proprio in quest’ambiente si deve iniziare per capire, quello che era e stava diventando Borgo Montello dal 1980 in poi con la costruzione e l’espansione della discarica di via Monfalcone e l’influenza del potere economico e politico sulla popolazione, che si trovava via via sempre più persuasa, a forza di contesti chiaramente clientelari, a chiudere tutti e due gli occhi su un sistema di gestione che passava da una gestione casareccia ad una gestione sempre più funzionale agli interessi della politica e purtroppo del malaffare gestito dalla criminalità, come scopriremo trent’anni dopo.
Per capire che si trattava di malaffare, basta che chiunque cittadino di Borgo Montello, impegnato, nelle varie attività, ricordi la persuasione e la pervicacia con le varie proprietà succedute cercavano di ottenere il consenso elargendo soldi per le varie manifestazioni e contributi alle varie associazioni, cercando di distogliere l’attenzione dall’espansione graduale dei siti e la sua predisposizione, come poi si è scoperto ultimamente, grazie alle dichiarazioni di un pentito di camorra a ospitare nelle sue vasche rifiuti tossici nocivi di una gravità assoluta, con il conseguente avvelenamento delle acque e dei canali, certificato già da oltre quindici anni dall’ente che è tenuto al controllo e alla tutela delle falde acquifere: Arpa Lazio.
Va detto che la miopia della classe politica locale e pontina è stata devastante, anche se era prevedibile in considerazione che gli alti profitti del traffico illegale, hanno fatto si, che di conseguenza fosse inevitabile l’occhio di riguardo dei vari esponenti politici. Non bisogna dimenticare che in quegli anni, metà anni 80 anni 90, i rifiuti erano divisi in assimilati e non assimilati. Difatti il gestore si giustificava dietro l’autorizzazione alla scarico, legalmente autorizzata, peccato che non erano omogenizzati, ma prodotti cancerogeni, e che il traffico era gestito dalla criminalità organizzata, come emerso dalle dichiarazione del pentito Carmine Schiavone.
Questa che sembra una divagazione, è la premessa per capire i contorni dell’ambiente in cui matura questo tragico evento, all’apparenza fatto passare per una rapina andata storta.
Qual era il ruolo di Don Boschin? Semplice quello di parroco, che nonostante l’età raccoglieva le ansie e le preoccupazione di più di qualche anziana mamma che non capiva, come mai i figli all’improvviso si trovano con dei soldi extra e perché si chiedeva a questi ragazzi di lavorare di notte e all’alba, e questi ragazzi, uomini non parlavano. Un sistema “strano” per la gente contadina dei borghi, abituati a vivere con la luce del sole e le stelle della notte. Oppure raccoglieva le confidenze di qualche parrocchiano che notava strani movimenti vicino alla discarica.
Questa situazione di disagio, inizia a diventare collettiva e la popolazione residente nei dintorni chiese aiuto a Don Boschin per protestare contro strani miasmi, che provenivano dalla discarica e che si erano intensificati nel tempo, costituendo un comitato di protesta. Da quanto si apprende dal sito “Wikipedia”: “Il parroco aveva accettato di ospitare il comitato nei locali della chiesa. Il comitato, nelle sue richieste di legalità e giustizia, iniziò a sospettare traffici illeciti nel territorio. I sospetti trovarono le prime conferme dopo la denuncia di uno dei giovani disoccupati locali impiegati dalla criminalità organizzata per trasportare i rifiuti nella discarica. Don Cesare e il comitato civico riuscirono a convincere l’allora sindaco di Latina Ajmone Finestra a richiedere l’analisi del terreno per rilevare eventuali contaminazioni. Il comitato iniziò a subire le prime ritorsioni per la sua battaglia: nel borgo comparvero scritte minacciose, le case di alcuni membri furono oggetto di sparatorie, lo stesso don Cesare subì diverse intimidazioni. Una settimana prima dell’omicidio, il parroco si sarebbe recato a Roma per chiedere la fine dei traffici ad alcuni politici della ormai disciolta Democrazia Cristiana, alla quale si era rivolto in passato per trovare lavoro ad alcuni suoi parrocchiani. Successivamente avrebbe incontrato il capitano provinciale dei carabinieri per le stesse ragioni”.
Con questo quadro, ha una sua logica, l’idea che qualcuno potesse avere in cuore il pensiero di dare un segnale forte e preciso alla popolazione del borgo.
Nello sviluppo degli elementi bisogna inoltre osservare alcuni fattori di criticità, che nella supposizione della semplice rapina non vengono presi in considerazione, ma giudicati vent’anni dopo, in seguito alle dichiarazione del pentito Schiavone, hanno un’altra dimensione.
Chi gestiva la discarica e il traffico dei rifiuto tossici nocivi illegali aveva tutto l’interesse a desertificare intellettualmente il borgo e l’intento è pienamente riuscito. Il comitato di lotta alla discarica si è subito disgregato, dopo aver ottenuto risultati impensabili, basti pensare alla mancata realizzazione del progetto Ciseco, che prevedeva la nascita di un termoinceneritore. Un progetto che aveva ammaliato molti esponenti politici locali. Il clima di paura e omertà che ne è scaturito dall’evento delittuoso, ha tolto alla gente qualsiasi volontà di aggregazione. Basti pensare che per anni oltre quindici, non si sono più svolte riunione di qualsiasi tipo, se non catechesi in parrocchia. Eppure non bisogna dimenticare che il comitato aveva davvero coinvolto la gente del borgo, tant’è che in un un’assemblea svoltasi nell’autunno del 1991 l’amministrazione comunale fu duramente contestata e l’allora sindaco ne usci con le ossa rotte e subì una dura contestazione. Una contestazione talmente inaspettata che inasprì ancora di più il conflitto tra cittadini e istituzione. Due anni dopo, si formò un gruppo di giovani che si avviarono in politica in alternativa alla logica democristiano. Furono le elezioni che portarono alla prima giunta Finestra. Terzo elemento: Don Boschin era politicamente molto fragile, vuoi per l’età e vuoi per il cambiamento di diocesi. Infatti Borgo Montello dal 1991 era passata dalla diocesi di Albano Laziale a quella di Latina e i rapporti tra il nuovo vescovo e Don Boschin erano molto labili se non inesistenti. Se pensiamo che come assistente gli fui inviato un parroco Don Maua, un prete del Ruanda, di cui si ipotizza una tragica fine nella diaspora tra etnie tribali, e che comunque al borgo si era reso responsabile di comportamenti e frequentazioni non proprio ortodosse alla chiesa cristiana. La mancata richiesta di partecipazione come parte civile della Chiesa, e di conseguenza della comunità parrocchiale e la veloce chiusura delle indagine da parte della procura per mancanza di indizi e la richiesta di trasferimento immediata e subito accolta, del giudice, allora incaricato alle indagini, fa sì che sia lecito nutrire qualche perplessità sulla dinamica degli eventi e che è molto presumibile che la pista della rapina ad opera di balordi sia molto probabilmente il classico depistaggio, che accontenta chi deve accontentare.

Tutte queste considerazioni, le dichiarazione del pentito Carmine Schiavone, che addirittura ad una precisa domanda, pur dichiarando chiaramente che non era a conoscenza di dettagli e che per i Casalesi, Don Boschin, non era un problema, lascia intendere che lui era a conoscenza che qualcuno poteva sapere, cosa era successo quella sera. Queste indicazioni fanno ritenere plausibile, la convinzione emersa nel tempo da alcuni borghigiani e da molti intellettuali, che l’irruzione nella Canonica e la morte di Don Boschin sia stata voluta da persone che avevano tutto l’interesse, che si creasse un clima di paura e di disagio nel tessuto locale, con l’obiettivo di tenere lontana l’attenzione dei media e della popolazione dalle dinamiche dei rifiuti e dei loro interessi.
Quindi non si va lontano dalla verità nel ritenere, che i mandanti e gli esecutori, non erano certo degli sprovveduti e dei dilettanti, ma professionisti sia delle logiche di potere e sia delle dinamiche criminali, in grado di sapere esattamente gli obiettivi che tale azione avrebbe comportato e le relative conseguenze.
Certo, con le indagini chiuse, con il passare degli anni, queste supposizioni sono sempre più fantasiose, ma per chi ha vissuto sulla propria pelle anni di battaglie, di lotte per la ricerca della verità e della giustizia sono ipotesi molto verosimili.
Ultimamente più di qualche esponente politico del PD e l’associazione Libera di Don Coiotti si stanno battendo per la riapertura delle indagini, ma ad oggi non risultano iniziative concrete di cui si è a conoscenza. I cittadini di Borgo Montello chiedono giustizia per questo anziano parroco, cui devonoriconoscenza per il suo operato. Ma l’impresa è da oltre la vetta del Nanga Parbat (montagna tibetana, dove nessuno riesce a raggiungere la vetta). Basta pensare le difficoltà che chiunque, studioso, giornalista, scrittore incontra, quando decide di affrontare questo delicato tema, ne è testimone il sindaco di Trebaseleghe, paese natale di Don Boschin, e altri noti scrittori nazionali e locali, che hanno desistito o sono stati consigliati di soprassedere dall’affrontare questo delicato tema. http://www.buongiornolatina.it/ricordo-di-don-boschin-ventanni-dopo-la-sua-tragica-scomparsa/


PUBBLICATO DA GIORGIO LIBRALATO 

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IL MOVIMENTO 5 STELLE LATINA

COMMEMORA DON CESARE NEL VENTESIMO ANNIVERSARIO DELLA MORTE
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Don Cesare Boschin, parroco di Borgo Montello, ucciso 20 anni fa dai killer dei rifiuti. 

LA GENTE LO RICORDA

Il 30 marzo di 20 anni fa veniva ritrovato il corpo brutalizzato di Don Cesare Boschin, 80enne parroco di Borgo Montello. Si stava interessando del traffico di rifiuti in quel pezzo di Agro Pontino martoriato dalla mala-politica e dalla lobby dei rifiuti. Un delitto atroce, insabbiato e ancora scomodo nel capoluogo venuto su all'insegna della retorica tutta ordine e disciplina e poi comandato a tappeto dai demo-presunti-cristiani. Quegli scribi alla cui ombra è stato spartito e violentanto l'Agro, eredi di Don Sturzo che hanno permesso che un Sacerdote venisse ammazzato così, accettando persino il tentativo di oblìo sulla vicenda.

L'anziano sacerdote non fece finta di nulla, come fecero e continuano a fare molti, dentro e fuori le istituzioni.

La sua coerente fede, il suo prendere posizione, il suo amore concreto sono vivi. C'è chi parla di martirio, che comunque significa testimonianza. In questi giorni di preparazione alla Passione e Resurrezzione di Gesù Cristo, per credenti e non credenti, la testimonianza di Don Cesare è un fatto concreto, un richiamo ad ad andare fino in fondo. Un segno di contraddizione che mostra la forza e la speranza di vera rinascita di fronte alla tentazione della rassegnazione, in mezzo ai moderni farisei, in mezzo a tante ipocrisie che contaminano l'interiorità della Persona e il Creato. Dopo "il ventennio" buono per tutte le stagioni celebrato con tronfia retorica a scopo elettorale, ci sono altri 20 anni: quelli trascorsi dall'omicidio di Don Cesare Boschin. Anche questa è storia dell'Agro Pontino, che attende la bonifica da politici incapaci ed arraffoni, da faccendieri senza scrupoli, da mafiosi e stupratori del territorio.



Domenica 30 marzo 2015, alcuni cittadini hanno commemorato Don Cesare e condiviso un semplice momento di riflessione sulla lapide in sua memoria, presso la chiesa di Borgo Montello.

Qui di seguito il comunicato del Meetup 5 Stelle Latina il Movimento che ha organizzato l'iniziativa:



"In questo momento in cui si parla di mafia capitale e si acquisisce consapevolezza della presenza della criminalità organizzata nel nostro territorio, ricordare chi ha dato la vita per la verità e la giustizia, nell'interesse della collettività, è un obbligo assoluto. Era il 29 marzo 1995 quando don Cesare Boschin, 81 anni, fu incaprettato, torturato e ucciso perché aveva capito e contrastava attivamente lo sversamento di rifiuti tossici nella discarica di Borgo Montello da parte della camorra. Tecnicamente la causa della morte fu attribuita a soffocamento dovuto alla dentiera. Che era stata ingoiata a seguito delle percosse. Allora l’intimidazione riuscì. Il comitato cittadino che era sorto per osteggiare lo sversamento di veleni nel proprio territorio, e che don Cesare Boschin ospitava nella sua chiesa, si sciolse. Le nefandezze in questa terra sono continuate. E ora si sono istituzionalizzate. Ora viene concessa dalla regione una Autorizzazione Integrata Ambientale per un mega ampliamento della discarica e per la realizzazione di un impianto di Trattamento Meccanico Biologico. Contro il parere della ASL, che dice che si è già superato da tempo il limite per la sicurezza e la salute dei cittadini, e a dispetto del fatto che a pochi chilometri, ad Aprilia, c’è già un TMB largamente sottoutilizzato. È così che funziona. Se non si parte dalla verità, non si può arrivare alla giustizia. E gli abitanti di Borgo Montello lo sanno bene. Loro che sono chiamati a pagare il prezzo più alto di questo lurido gioco. Loro, che nei loro cartelli scrivono, rivolgendosi alle Istituzioni: “Ladri di Verità”. Sono passati vent’anni . E forse i cittadini di Latina hanno trovato il coraggio. Forse cominciano a sentire che questa è la propria terra e non la terra di nessuno. Che non è terra di conquista. Che è la terra su cui dovranno vivere, e possibilmente prosperare, i propri figli e i propri nipoti. Che non può bastare la torbida opera di qualche politicante prezzolato, per poterci sversare gli immondi rifiuti di una immonda filiera senza rispetto. Perché il processo che arriva alla pace attraverso prima la giustizia e poi la libertà richiede molto coraggio. E deve necessariamente partire dalla verità. E il primo passo è non dimenticare l’atroce martirio di don Cesare Boschin".

Ecco una piccola rassegna stampa sul "caso Boschin":

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29 MARZO 2015: VENTI ANNI 

DALLA TRAGICA SCOMPARSA

 DI DON CESARE BOSCHIN

Lo ricordiamo con una presentazione filmata di immagini che lo ritraggono fra di noi.
                                                

Il filmato può esser visto anche su Youtube  cliccando QUI

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MARZO 2015

DON CESARE VIENE RICORDATO IN UN SERVIZIO DELLA TGR LAZIO - RAI 3

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8 OTTOBRE 2014

CENTENARIO DELLA NASCITA DI 
DON CESARE BOSCHIN



La ricorrenza viene ricordata con la pubblicazione nel nostro sito del filmato dell'inaugurazione del piazzale a lui dedicato nel nostro Borgo, avvenuta il 29 marzo 2009 con la presenza dell'allora Sindaco Vincenzo Zaccheo. Seguì una celebrazione nella Chiesa parrocchiale (Parroco Don Paolo Gudziol) e una commovente commemorazione cui partecipò la gente del nostro Borgo.



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LUCIANO BOSCHIN, NIPOTE DI DON CESARE, CI HA GENTILMENTE FORNITO ALCUNI DOCUMENTI "STORICI": 
DON CESARE BOSCHIN STRINGE LA MANO ALL'ONOREVOLE GIULIO ANDREOTTI

SUL RETRO DELLA FOTO DON CESARE HA ANNOTATO DI SUO PUGNO:
Quello a cui stringo la mano è il ministro Andreotti, quello vicino a lui, con gli occhiali è suo cugino Sindaco di Latina, mio amico"




IL REGISTRO DI STATO CIVILE DEL COMUNE DI TREBASELEGHE CON LA DATA DI BASCITA DI DON CESARE

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In ricordo di Don Cesare Boschin, assassinato il 29 marzo 1995 a Borgo Montello frazione di Latina in prossimità della megadiscarica. 





Pubblicato 30 Marzo 2013 | Da abet

L’assassinio di un povero prete di campagna, un assassinio probabilmente ad opera della mafia, come lo è stato per Don Puglisi, Don Diana e tante altre vittime. Su un territorio, quello appunto di Borgo Montello di Latina, del quale hanno parlato alcuni “pentiti”- a cominciare da Carmine Schiavone, il cugino di Sandokan, capo dei Casalesi – vicino, peraltro, a quello dove sono stati confiscati molti terreni alla camorra. Di quell’assassinio non sono stati individuati né gli esecutori né i probabili mandanti. Di questo povero prete, ultraottantenne e gravemente malato, ne sono state dette inizialmente di cotte e di crude. Ingiustamente e vigliaccamente, il tutto probabilmente per non parlare di mafia perché quello dell’uccisione è proprio il periodo – gli anni 90 – in cui era… proibito… parlare di mafia in provincia di Latina. Ti davano subito del pazzo. Forse gli inquirenti di quel periodo se avessero imboccato la pista giusta, a quest’ora autori e mandanti sarebbero stati scoperti e sarebbero a marcire nelle patrie galere. Non è stato così e questo povero prete è stato ammazzato per la seconda volta. Ma quello che sconcerta ancor di più è il silenzio tombale della Curia Vescovile di Latina. La Gerarchia avrebbe un forte interesse a far scoprire la verità in quanto ci sono fondati sospetti che Don Boschin sia stato ucciso per ordine della mafia. Don Cesare almeno da morto riceverebbe gli onori che merita, ma anche la Chiesa, come comunità e come istituzione, potrebbe vantarsi di avere fra i suoi ministri coloro che hanno sacrificato la propria vita per combattere il malaffare e le mafie. Addolora veramente la posizione della Gerarchia pontina su questa triste vicenda.
Noi abbiamo seguito questo evento delittuoso sin dall’inizio in quanto chi scrive era all’epoca impegnato nella comunicazione e nei movimenti ecclesiali. Per rendere onore alla memoria di questo povero sacerdote ed anche per contribuire a fare, come associazione antimafia, un pò di chiarezza sulle nefandezze di una mafia sempre più aggressiva ed invasiva in provincia di Latina, abbiamo ritenuto di fare alcune domande a Claudio Gatto, un amico di Don Cesare Boschin e suo fedele parrocchiano.
Domande e relative risposte sono quelle riportate qua di seguito:

Ass. Caponnetto, Perché Lei continua a mantenere vivo il ricordo di Mons Boschin?
C gatto. Ho vissuto questo delitto come un oltraggio personale, dal momento che il parroco è il padre della fede dei suoi parrocchiani, e poi avevo avuto l’incarico dal suo vescovo Bernini di vigilare e assistere questo vecchio prete malato, che rinunciando alla comoda ospitalità della Curia aveva scelto di trascorrere gli ultimi giorni di vita (era ammalato di tumore ai polmoni) tra i suoi parrocchiani. All’obbiezione del vescovo “Chi l’assisterà dal momento che non è autosufficiente?” aveva risposto: “C’è la Provvidenza, ci penserà. ”
Ass Cap.: Come pensa sia maturato questo delitto?
C Gatto. L’uccisione era inimmaginabile, ma attorno al prete, oltre al fatto religioso, ruotano interssi molteplici, di persone umilissime e nel bisogno più acuto ma anche di potenti. Don Cesare non era don Abbondio: sotto l’aspetto dimesso aveva un temperamento deciso e volitivo, con scatti improvvisi, come fra Cristoforo. Minacce ne aveva avute molte, l’avevano anche spaventato, ma non arretrava di un millimetro anche perché era convinto che la tonaca fosse un’armatura impenetrabile.
Ass cap. Si rimprovera qualcosa?
C gatto. Di non aver capito per tempo la gravità della situazione e dopo la tragedia la quasi paralisi che mi ha impedito di scuotere la comunità religiosa ma anche la politica
Ass Cap. Ha avuto qualche riscontro nel tempo?
C Gatto. Il vescovo Pecile, dopo qualche anno, riconoscendo la forza profetica del martirio, ha voluto la lapide di bronzo scolpita nel muro portante della sua chiesa. Il sindaco Zaccheo ha voluto intitolare la piazza del borgo e la via principale a Mons Boschin. La comunità ha intitolato l’Oratorio. La comunità di Trebaseghe, paese natale di don Cesare, ne celebra quest’anno la memoria.
Libera ha coraggiosamente e controcorrente chiesto la riapertura delle indagini ed è ormai senso comune che la matrice del delitto è la stessa di Don Puglisi (93) Don Diana (94) Don Cesare (95)
Ass Cap: Dunque si metterà l’anima in pace?
C Gatto. Ho già l’anima, in pace sapendo da cristiano che il martirio è un grande dono, doloroso ma prezioso, di cui la comunità già gode i frutti con le splendide figure di preti che si sono succedute in parrocchia.





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UN PRETE VICINO ALLA SUA GENTE


…La mia memoria è volata al mio primo incontro con la figura di Don Cesare Boschin. Era una tiepida mattina domenicale del mese di settembre 1976. Per la prima volta mi trovavo nella Chiesa Parrocchiale di Borgo Montello e partecipavo alla “messa terza” delle undici. Per me tutto era nuovo: il luogo, la gente e quel parroco. Alla fine, nel momento il cui mi aspettavo di udire “La Messa è finita, andate in pace”, vi fu una pausa. Il parroco, preso un foglietto che teneva pronto nel risvolto della sua manica, lo spiegò e cominciò a leggere. Tanta fu la mia sorpresa nell’udire il contenuto di quel comunicato extra. Egli, con precisione e dovizia di dettagli, informò i presenti su tutte le scadenze prossime riguardanti le attività agricole della zona. Tutti furono puntualmente informati sui modi e sui tempi per evadere le pratiche burocratiche stagionali e molto altro. Quel sacerdote, quel parroco, quella persona tanto disponibile e tanto vicina alla vita del borgo era Don Cesare Boschin. 



In breve tempo, nonostante la mia residenza fosse lontana da quei luoghi, imparai a conoscerlo meglio, ad apprezzarlo per la sua spontanea, ma importante e concreta dedizione alla sua gente. La domenica andavo da lui a Messa con colei che sarebbe poi divenuta mia moglie. Infatti meno di un anno dopo quella domenica di settembre Don Cesare celebrò il nostro Matrimonio. I suoi giorni, i suoi anni, i suoi decenni di partecipe presenza fra di noi sono terminati con una tragedia che è tuttora lontana da quella “verità ufficiale” scritta nei frettolosi atti giudiziari. Esiste però una “verità collettiva”, popolare, racchiusa nella convinzione e nei cuori di chi ha conosciuto Don Cesare. Una verità sottaciuta, a volte negata per paura o per esorcizzare il significato di parole orribili quali “camorra” e “droga”. Un Parroco vigliaccamente ucciso perché stava focalizzando la sua attenzione e la sua azione nel mettere in luce pericoli e minacce, per aprire gli occhi dei parrocchiani su ciò che accadeva quasi sotto le finestre della sua canonica. 



Torello Tortorelli - Arezzo





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